COMUNE DI ALES

 

Le tradizioni religiose

INDICE


Introduzione

Archeologia

Paesaggio urbano

Storia e fantasia

Cicli agrari

Tradizioni religiose

Cucina

Riti scaramantici

Scheda d'identità

foto storiche

 

Contus 

Mestieri

Leggende

Modi di dire

Il costume locale

Si sono rilevate le seguenti festività religiose:

Santa Maria (rito vestizione Statua, riti religiosi , festeggiamenti civili) - 8 settembre

La candelora - 2 febbraio

Tutti Santi - 1 novembre

Giorno dei Morti - 2 novembre

Settimana Santa (riti religiosi, alimentazione) - la data esatta viene ricavata col calcolo delle fasi lunari

Pasqua - bisogna calcolare l'epata della luna

Corpus Domini (processione, fiera, balli in piazza) - 60 giorni dopo pasqua

Sant’Isidoro (falò, processione) - 4 Aprile

Santa Croce (contratti agrari) - 14 settembre

San Sebastiano (falò, riti religiosi, alimentazione, balli in piazza) - 20 gennaio

San Pietro - 29 giugno

Santa Giovanna d’Arco - festa dei combattenti

Natale (riti religiosi, giochi) - 25 dicembre

Si sono rilevate le seguenti festività civili:

Carnevale (corsa di cavalli, dolci, maschere)

Per il ciclo dell’uomo sono stati rilevati i seguenti momenti:

Battesimo:

Per il battesimo durante il bambino doveva indossare sempre una veste bianca come simbolo di purezza

Matrimonio:

Quando lo sposo si reca a prendere la sposa a casa, lei esce portando in mano "su pani tundu", un pane tipico lavorato, di forma tonda, che dovrà regalare alla prima persona che passa per strada quando gli sposi s'incamminano verso la chiesa (la persona incontrata deve essere fermata a tutti i costi, anche se si trova in macchina).

Morte:

I defunti vengono sempre sepolti senza scarpe.

Riportiamo ora una descrizione di alcune delle festività citate sopra, a cominciare dalla festa di Santa Maria della quale ci è pervenuto un documento redatto da Luigi Manias e Rossana Meloni il cui contenuto è stato trascritto integralmente:

A trascrivere le appassionate e non esaustive (crediamo) testimonianze di Zia Givanna Cadoni e di Zia Tomasa Coni, alle quali questa memoria, esangue rispetto al calore e alla malinconia della loro narrazione, è naturalmente dedicata, ci si accorge immediatamente della distanza epocale che separa la modalità liturgica e civile della festa contadina di Santa Maria di oggi da quella di mezzo secolo fa. In un compendioso libro un anmtropologo sardo, Giulio Angioni, ha scritto: "Non è questo un mutamento come i tanti che sono intervenuti durante i secoli passati, nell’ambito dell’uso sacro o profano del tempo libero festivo di questi contadini; la riplasmazione è impossibile. Non si partecipa al divertimento, ma lo si compra: prodotto finito e confezionato su cui non si interviene se non per consumarlo.

 

Is Oberaius

Chi praticamente organizzava la festa erano is oberaius, corrispondenti agli attuali membri del comitato, che come oggi avevano nel Presidente e Segretario i propri organi rappresentativi. Anche allora si effettuava sa cicca, sebbene le offerte in denaro venivano fatte dai soli negozianti e impiegati. Era pertanto consuetudine accettare doni in natura da convertire poi in denaro. Is oberaius quindi si rivolgevano ai proprietari, una volta che il grano era pronto po incungiai, ottenendo una quarra (25 litri) o anche due, in caso di buona annata, di grano. Con i soldi ricavati dalla vendita del grano venivano pagati i fuochi artificiali, la processione, ma non i suonatori o is cantadoris che per la loro esibizione dovevano confidare nella generosità (sa bona manu) dei ballerini e degli spettatori.

 

 

La preparazione della Santa

Almeno due settimane prima, ogni sera, il suono delle campane chiamava a raccolta le devote più anziane pcr. preparare nel sagrato della Chiesa di Santa Maria la Santa, che assisa nella cadira veniva vestita con grembiuli di seta guarniti di pizzi colorati finissimi, impreziosita di pesanti catene d’argento con pendenti ad uovo, spesso doni dei fedeli più poveri che per devozione se ne privavano, e con variopinti fiori di tulle. L’abbondanza di questi e La disattenzione di una fedele che inciampando fece cadere uno dei 4 candelieri che circondavano la Santa, causò agli inizi degli anni ‘30 un pericoloso incendio, che subito sedato da quanti affollavano la chiesa con corpetti, giacche, scialli, portò oltre alla distruzione delle vesti e alla rovina della statua lignea e, si dice, alla morte forse per il grande spavento, dopo breve malattia, di una fedele.

 

La Chiesa e l’ambiente circostante

La Chiesa di Santa Maria poteva ospitare un numero di fedeli maggiore rispetto ad oggi in quanto mancava di banchi. I fedeli più giovani rimanevano in piedi mentre le donne e gli anziani si accovacciavano, durante la messa cantata in latino che si teneva in quei tempi ogni domenica, sulle grandi lastre di pietra del pavimento. La porta ad arco della Chiesa era di dimensioni e forme maggiori allora, per cui coloro che non potevano entrare all’interno seguivano comunque la liturgia dal sagrato e, sovente, approfittavano dei due giri per riposarsi sui gradini che circondavano il perimetro della Chiesa. La messa domenicale, durante la seconda guerra mondiale, prevedeva spesso una processione per scongiurare il ritorno a casa dei soldati, il cui arrivo, però, impegnava i parenti a promuoverne, come ringraziamento, un’altra. Gli spazi limitati invogliarono le autorità religiose e civili, intorno agli anni ‘30, a progettare la costruzione di una cappella su lato sinistro della Chiesa, nel quale si può intravedere un accenno di arco. Si concluse che essendo il cimitero a fianco della chiesa, le dimensioni della cappella dovevano essere necessariamente contenute e l’ampliamento non sarebbe stato di alcuna utilità. L’area del cimitero, anch’essa non vastissima, confinava con un torrente ricco d’acqua, tanto che non era infrequente che durante il guado, al rientro della processione, qualche stendardo o la statua stessa si impigliasse tra i rami degli allora numerosi ulivi.

 

 

S’esperu

La ritualità religiosa veniva annunciata dallo scampanellio dei sagrestaneddus (chierichetti), che correndo per le vie del paese rivolgevano alla popolazione il seguente invito: "A chi ada bolli beni a s’arrosarieddu di Santa Maria". S’arrosarieddu di Santa Maria, a cinque poste, cantato alla sera da uomini e donne all’unisono, in sardo, durava circa un ora. All’ultima posta veniva acceso su fogadoni. Seguiva la benedizione eucaristica del sacerdote e, sino all’ora della cena, si proseguiva con is goccius cantaus. Arrosarieddu e goccius venivano cantati anche per le feste di San Sebastiano e San Isidoro.

 

Su fogadoni era un segno connotante della devozione per la Santa. Generalmente erano i più poveri, ma anche i più devoti e i graziati dalla Madonna che andavano sul Monte Arci a raccogliere la legna per il falò. Questi ultimi coinvolgevano anche altri compaesani: Beni tui a bittì sa linna po’ su fogadoni de Santa Maria?’ che rispondevano ‘Annò ca no ‘ia andai!’

 

Ai balli a sonettu seguiva, dopo cena, oltre all’immancabile gara poetica con battorine in logudorese, ottavas campidanesi, muttetus, e canzonis a cruba, uno spettacolo gradito soprattutto agli anziani: sa roda, ovvero una girandola di fuochi artificiali di dimensioni pari a quella di un carro, affiancata da una più piccola s’arrodieddu.

 

 

Sa di de sa festa

La processione, che si svolgeva alla mattina intorno alle 10.30 - 11 secondo l’originario percorso, partiva dalla Chiesa di Santa Maria passando per le attuali: via Brigata Sassari, via Regina Margherita, via Umberto I°, via Sardegna, via Amsicora, via Regina Margherita, via Donna Elena Salis, via Marconi, per ascendere infine le scale che portavano alla Chiesa, al cui arrivo, così come per l’elevazione durante la messa, veniva azionata una ruota con una campana centrale e numerose altre intorno. La Santa, come si evince dal percorso, contrariamente ad oggi, non veniva lasciata in Cattedrale se non per la messa e per la predica. In Cattedrale veniva invece celebrata la prima messa, sostanzialmente riservata a is meris de domu, che dovendo ospitare parenti e amici spesso provenienti da altri paesi, abbisognavano di un congruo numero di

ore per la preparazione del pranzo festivo. Forse per questa ragione gli uomini, i mariti, che indossavano sa besti noba tutta ricamata o comunque, se l’annata era favorevole, vestiti nuovi in genere, erano più numerosi delle donne sia alla processione che alla messa cantata. Un grande numero di cavalieri giovani e adulti in costume sardo e non, provenienti anche da altri paesi della diocesi, apriva la processione innalzando stendardi ricamati. Le collane che sostituivano le redini e i basti, così come il tappeto che sostituiva la sella, erano tessuti con i telai a mano, mentre la coda era decorata di trecce e nastri. Per chi riceveva la grazia più grande, previa comunicazione al Parroco, era destinato uno stendardo speciale, portato da un solo cavaliere (non necessariamente la persona graziata), che precedeva tutti gli altri disposti in file da tre con un solo stendardo centrale più piccolo. Seguivano la varie Associazioni Religiose (azione Cattolica, Sacro Cuore di Gesù, ecc.) in un una selva di stendardi e bandiere, quindi il simulacro della Santa, il prete, gli uomini e le donne che cantavano il rosario (che comunque veniva continuamente recitato nella Chiesa dalle persone che volta per volta arrivavano), a cui rispondevano i primi. Il fervore devozionale si esprimeva in vari modi, soprattutto nella Chiesa di Santa Maria, nel cui perimetro interno abbondavano mazzi enormi di fiori ed ex voto appesi in particolari stecche di legno. Si trattava di manufatti di cera che raffiguravano, sovente, parti del corpo umano che avevano subito traumi o malattie che, grazie all’intercessione della Santa, erano guarite. Altri ex voto erano trecce di capelli o fazzoletti di seta o altre stoffe pregiate finemente tessute. Frequente era anche l’uso di essenze vegetali. Si adornava una via con delle canne verdi, con foglie nella sommità e coloratissimi fazzoletti di seta e grembiuli annodati nella parte mediana. I davanzali delle finestre ospitavano invece dei piccoli lumi colorati. Si preparava anche su nenniri. Il grano si seminava 15 giorni prima, in un piatto con poca terra e si metteva al buio, sotto il letto. Arricchito di un bel fiocco i devoti lo deponevano ai piedi della Santa, la cui base era coperta, a cabirada da numerosi mazzi di basilico fresco, che arrivavano sino ai piedi del bambino. I fedeli, a festa finita, portavano a casa un ramoscello di basilico per conservarlo, sino all’anno successivo, con devozione tra la biancheria, avvolto in una candida pezza o in un fazzoletto. Questa tradizione venne abbandonata poiché un anno il basilico macchiò irrimediabilmente il vestito della Santa.

 

Su ballu de cresia, che si svolgeva nella piazzetta di Santa Maria, rappresentava la cesura tra la festa religiosa e quella civile. Si ballava, accompagnati da sonettu o sonus de canna immediatamente dopo la messa e prima di pranzo. Dopo cena i balli proseguivano sino ad ora tarda. La musica non era infrequente anche durante la processione. Talvolta qualcuno, a seguito di qualche voto alla Madonna, suonava o faceva suonare l’organetto o is launeddas dietro la statua della Santa.

 

Non si ricordano piatti particolari per il pranzo della festa. Quasi tutte le famiglie possedevano galli e galline ruspanti che, per l’occasione, venivano sacrificati per produrre un buon brodo caldo e un ottima minestra impreziosita da stami di zafferano. Cosce e ali, quando non venivano cotte arrosto o rosolate, concorrevano a formare la base del sugo. La pecora e il maiale erano l’altra metà dell’universo carneo contadino, mentre la carne bovina era sostanzialmente misconosciuta. Alcune famiglie per tutti tre giorni di festa sfornavano tre pani diversi civraxiu, coccoi e moddixinas che venivano poi offerti ai domestici e ai servitori. Il pranzo era generalmente completato dai dolci tradizionali casalinghi: gallette, qualche torta, gueffus e gattò, e più raramente qualche timballo.

 

Nell’immediato pomeriggio la popolazione si radunava ai lati della strada che dall’attuale campo sportivo (su ponti de Cattalina Cau) porta alla stazione per assistere alle corse dei cavalli; de Is mobentis e dci sacchi. La corsa con is kuaddus curridoris era riservata agli adulti e aveva la sua boa al ponte di Curcuris. Non era infrequente che qualche cavaliere si esibisse in difficili acrobazie che sembra siano state, nel 1866, fatali ad un nostro compaesano.

Le altre due corse che interessavano spesso anche sa mesu ‘idda, riservate ai più giovani, si dice fossero più prodighe di cadute ma anche di risate. L’indulgenza dei giudici culminava nell’assegnare all’ultimo arrivato della corsa con i sacchi il primo premio.

 

Altra competizione, vespertina stavolta, apprezzata non si sa se in eguale misura da concorrenti e spettatori era l’albero di cuccagna, un lungo palo telegrafico ben liscio posto in mezzo alla piazza di Santa Maria cosparso abbondantemente di olio di sego e sapone, nella cui sommità veniva montata una ruota, appositamente costruita, carica di premi pendenti per lo più edibili (bottiglie di vino, dolci, salsicce, filetti, gassose, sigarette, qualche capo di vestiario), offerti dai negozianti locali. La competizione era rigorosamente individuale e i concorrenti, che indossavano una mise adeguata all’impresa, gareggiavano scalzi ognuno per proprio contò, Sostenuti però dalle risate dal pubblico circostante. Molti di loro, almeno nella prima fase, ben difficilmente arrivavano a metà del palo. Ma le ripetute ascese gradualmente asportavano gran parte del sego e del sapone. Naturalmente il gioco terminava con l’esaurimento dei premi.

 

Un altro sobrio orizzonte gastronomico ed enologico era offerto dalle bancarelle della piazza e da sa barracca. Le prime non erano più di quattro, data anche l’angustia della piazza, ed erano quelle dei torronai aleresi: ziu Cicciu Attori, ziu Chelli Aidda, ziu Leddu Frau, ziu Mundiccu Pramasa. Composte da un modesto banchetto e da un ombrello erano affollate di ragazzini, che erano pronti a raccogliere le schegge che al taglio deciso della forma di torrone schizzavano dappertutto. Talvolta, qualche torronaio, mosso a compassione, ne offriva un pezzetto ai più desiderosi. Accovacciate per terra alcune aleresi in costume vendevano pistoccus de cappa, biancheddus, pirichittus nelle is crobas ricamate, mentre nella barracca, tirata su con canne ancora verdi e fronzute, si mcsceva vino, vernaccia e gassose. Rara la vendita di piccoli oggetti (Come fermagli per capelli) o di dolci tradizionali (come is trappis, zuccherini colorati racchiusi in un grande vaso di vetro, sorvegliato dall’occhio vigile di zia Rita Falzoi e offerti ad un Centesimo cadauno).

 

La festa di Santa Maria coincideva in Ales con il rinnovo dei contratti agrari, ovvero con l’inizio dell’anno tradizionale sardo (cabudannu)

 

 

Sa dì appostis

L’ultimo giorno di festa, che vedeva il ripetersi dei riti religiosi (processione e messa), era dedicato ai balli sardi, che dalle cinque di sera sino all’alba del giorno dopo si succedevano incessantemente. I protagonisti erano i più anziani (si ricordano quali eccellenti ballerini Peppi Lillicu e la mamma di Santina Pala) che indossavano per l’occasione le scarpe ferrate e si disputavano con i giovani la conquista del primo premio, attribuito da un giuria severissima.

Della festa di Corpus Domini viene riportata una traduzione di un racconto, in sado, fatto alcuni anni orsono da Giorgio Coni:

Corpus Domini è sempre stata una festa religiosa. Un grande Pontificale con grandi predicatori. Molto apprezzato è stato "Predi Carongiu", fratello di "Ziu Nicu Carongiu". Le processioni si svolgevano con il vescovo sistemato sotto il baldachino sostenuto da 4/6 sacerdoti o da uomini catolici con, in alto, l’ostensorio col Santissimo. Due canonici ai fianchi del Monsignore e gli altri appresso. Tutti in "pompa magna": con la mantellilna di ermellino! L’azione catolica, "sa cunfrara" e tutte le confraternite con i propri stendardi. "I luigini tutti con le figlie di Maria". Gli uomini e le donne catoliche pronunciavano il rosario in sardo, cantando di tanto in tanto "S’Ave Maria" e "su Babbu Nostu" o qualche altro inno. S’arrapicu (il suono delle campane) di "Gennesiu Palla" prima e di "Benittu Scintu" poi, accompagnava la processione. Le strade erano cosparse di fiori e imbandierate. Corpus Domini e stata sempre la giornata delle cresime. I cresimanti, vestiti di nuovo, con l’abito acquistato o avuto in prestito, indossavano un fiocco bianco "in su bratzu bonu".

In quel periodo le botteghe erano poche, e gli ambulant, "fisciu", prenotavano lo spazio per montare le bancarelle, "in sa mesu idda", già dalla fine della festa precedente. Fino a poco tempo fa nei muri, cominciando dalla Piazza S. Sebastiano fino al monte granatico, dove ora c’è la Banca, si vedeva il segno della calce lasciato da chi doveva montare le "barracche". Venivano persone da tutto il circondario, molti per promesse di fede, altri per fare acquisti e altri ancora per divertirsi. C’erano bancarelle dove vendevano le asine per i massai, perche allora tutto il paese campava con l’agricoltura.

Tziu Cau di Usellus, il padre di Ettore Cau, vendeva falci, "cavuas" e "cavonazzus", frullanas" e "pedra po accutzai".

Tziu Tinnu Corona, il padre di Maria, la moglie di Renzo, vendeva campanelli campane e campanacci per il bestiame. Un altro, invece vendeva "bestis" bianche e nere, sacchi di orbace e "peddi de ananti". Un altro nancora la ferramenta: catene, martelli, tenaglie, coltellib e "arrasojas" di ogni tipo. C’era la bancarella dove si vendevano "broccas de liabana"; c’era perfino il posto dove vendevano "strumbus" (pungoli).

Nel muro del piazzale di chiesa, dove adesso ci sono le macellerie, veniva una signora di Oristano, sempre in costume sardo, Tzia Maria Rosa, che vendeva recipienti di terracotta: "frascus", "pianeddas", "tianus" "fraschitteddus", broccoitus", "arreguadunai" (salvadanai) e vasi di ogni misura.

Non mancavano mai "is Crabarissus" (abitanti di Cabras) che vendevano pesci e "iscatta arrustiu". La barracca de "sa tunia" era sistemata sempre di fronte al bar di "Tzia Rita Faltzoi". Donne di Oristano venivano a vendere "mustatrzollus". Le ragazze del paese e quelle del circondario vendevano invece "pistoccus de cappa", "biancheddus., "gueffus" e Amarettus". Tziu Marcellu preparava la carapigna. Sempre preesenti anche i Terralbesi, con la carrozzella dei ngelati. Tziu Chelli Aidda con i figli a vendere il torrone "della casa".

La macchinetta per fare lo zucchero a velo arrivò dopo. Alcune barracche vendevano gicattoli per i ragazzini. Anche se allora i soldi erano pochi, i cresimanti passavano per le case dei parenti e dei padrini per rimediare qualche soldino che poi spendevano, almeno il giono, chi con l’acquisto di una rivoltella, chi sparando un rotolo rosso di "cassullasa, chi per una trombetta o per uin pezzo di torrone. In un altro posto vendevano medicine, fazzoletti per il naso e per il collo. Tziu Milliu di Pau, in prossimità delle vecchie scuole elementari, prima recintava un pezzo di terreno e poi organizzava il tiro a segno. C’era poi sempre una "barracca manna" dove si facevano le lotterie… per imbrogliare la gente.

 

Gli aspetti religiosi della festa sono descritti in una breve intervista rilasciata dalla Signorina Tomasa Coni:

In principio, per la processione di Corpus Domini, sfilavano le verginelle con velo e vestito bianchi, con indosso una fascia celeste lunga e doppia ad un lato. Gli stendardi erano tutti piccoli ed ornati con ricami e cordoni, uno esiste ancora e viene coservato in Cappelletta del Rosario. Ogni anno, per l’occasione, le suore francescane preparavano tre bambine che vestivano da angioletti, con abiti veramente ben fatti; queste si sistemavano proprio davanti al baldachino e portavano dei cesti di fiori che sparcevano in quei tratti di strada che ne erano sprovisti. La processione saliva verso la chiesetta di Santa Maria, lungo una strada completamente addobata dagli abintanti che esponevaano alle finestre la migliore biancheria in loro possesso: tovaglie ricamate a mano, "bettuas", lavori fatti con il telaio sardo, tappetti ecc. In prossimità della chiesetta il Vescovo benediceva tutto il paese. Alla discesa della processione verso la Cattedrale, il Vescovo entrava nella Chiesa di San Sebastiano e in Cappelletta dove elargiva la benedizione ai fedeli. Generalmente in tutte le chiesette veniva preparati dei disegni realizzati con petalòi di fiori.

 

 

La Candelora:

La festa della Candelora ricorre in uno dei tre giorni più freddi dell’anno, identificati con nomi di persona: Antoni Brabudu il 17 gennaio, Maria Candelora il 2 febbraio e Sebastianu Nudu il 20 febbraio.

Il giorno della festa si conserva la tradizione della benedizione della gola: i fedeli si recano in chiesa dove il sacerdote poggia due candele benedette a contatto con la gola, sistemate a croce, e pronuncia una preghiera di benedizione.

 

Ogni Santi e Giorno dei defunti

Per la festa di tutti i Santi e quella dei Defunti non ci sono testimonianze di usanze particolari se non quella di preparare i tipici pabassinos e la frutta secca.

 

Sant’Isidoro

Era sicuramente una delle feste più importanti dell’anno, dedicata al mondo agro-pastorale. In quest’occasione tutto il bestiame veniva condotto fino al piazzale della cattedrale, dove il sacerdote provvedeva a impartire la benedizione. Durante la processione venivano, invece, benedetti tutti i campi (una foto dell'evento è riportata nella home page).

 

La festa di S. Isidoro agli inizi del 1900

 

Santa Croce

la festa di Santa Ruxi si celebrava il 14 settembre, subito dopo la festa di Santa Maria, in quell’occasione si rinegoziavano tutti i contratti agrari e gli inservienti decidevano se cambiare o meno "su meri" (dattore di lavoro).

 

Santa Giovanna D’Arco

E’ una festa importata dai reduci della seconda guerra mondiale, che in tale data celebrano la giornata dei combattenti.

 

Per le altre festività non sono pervenute testimonianze che indicano la scomparsa di usanze molto diverse da quelle attuali, esistono però alcune differenze riguardanti i nomi: Natale ad esempio era conosciuto come "Paschixedda", mentre la Pasqua si chiamava "Pasca Manna". In occasione della settimana santa si svolgeva la rappresentazione de "su scravamentu", che riproponeva la passione del Cristo. Per capodanno si preparava il grano dolce con saba, che si distribuiva alle famiglie in segno propiziatorio. Sempre nel periodo natalizio le famiglie amiche che possedevano bestiame uccidevano, a turno, il maiale che poi veniva distribuito servendosi de "su mandau". Quest’usanza, diffusa in molte famiglie, permetteva di avere la carne sempre fresca, ponendo rimedio alla mancanza dei frigoriferi che in quel’epoca non erano stati ancora inventati.