COMUNE DI ALES

 

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MESTIERI E ARTIGIANI

(A cura di Elena Corriga e Valentina Cocco)

 

L’opera di raccolta ed elaborazione dati è stata svolta dai rilevatori servendosi principalmente delle testimonianze orali degli abitanti. Lo scarso tempo disponibile non ha consentito di consultare i registri dell’anagrafe comunale, impedendo di ricostruire l’evoluzione dei mestieri avvenuta nel corso degli anni. I pochi dati disponibili hanno comunque consentito di evidenziare le professioni che, nel corso degli anni, hanno subito le trasformazioni più rilevanti ed in alcuni casi hanno raggiunto l’estinzione. L’ultima parte del lavoro è incentrata sulle interviste rilasciate da alcuni tra i più longevi professionisti aleresi.

 

I mestieri dimenticati.

Tra i numerosi mestieri ancora praticati alcuni, col tempo, hanno perso d’importanza o sono stati soppiantati dalle macchine, come ad esempio i "massaius", che costituivano la colonna portante dell’economia locale, incentrata prevalentemente nel settore agropastorale; possono essere paragonati ai braccianti attuali o ai così detti "giornaderis a marra". Altro mestiere, ormai scomparso, è quello dei "bogadoris de pedra", assimilabili agli attuali cavatori che hanno dovuto soccombere allo sviluppo inarrestabile dell’industria edile. Sono scomparsi anche "is cassadoris" di professione che campavano vendendo la selvaggina, mentre gli eredi odierni esercitano l’attività per puro diletto, nei giorni autorizzati dal calendario venatorio. Sono spariti anche "is tessidoris" e le filande, per l’inarrestabile avanzata dell’industria tessile. Sopravvivono ancora i maestri del legno, seppur con notevoli differenze rispetto al passato; mentre alcuni decenni fa la bontà del lavoro si doveva all’abilità dell’artigiano, oggi governano le macchine che spengono sul nascere le velleità artistiche dei pochi falegnami sopravvissuti. Il mestiere de "maistu e linna" possedeva diverse specializzazioni: ad Ales esistevano principalmente "maistus" che curavano la realizzazione di mobili ed infissi, i più noti erano "maistu Pisanu" (Chiü), "maistu Dessì" "maistu Serra" ecc., questi erano anche "maistus de carradas", specializzati nel realizzare doghe e aggiustare botti. A Zeppara era presente uno dei rari "Maistus de carru": "maistu Ibba", specializzato nella difficile arte di realizzare carri, "giuabis" (gioghi), "lorus" (lacci per giogare), "strumbus" (pungoli) e "arrodas" (ruote) di vario genere. Sono scomparsi invece i "lattoneris", corrispondenti agli attuali lattonieri, stagnai e ramai che si adoperavano nella realizzazione e nel restauro di vasi e recipienti in latta e rame. Molto rari erano i cosiddetti "arroda ferrusu" o anche "acuzziliferri", professionisti itineranti corrispondenti agli attuali arrotini, schiacciati dalla concorrenza dei "fraus" o "ferreris", che oltre a ferrare i cavalli, si occupavano di tutti quei lavoretti in cui venivano impiegati i metalli. Sono scomparsi anche i "selleris", realizzatori di selle e attrezzature in pelle per animali da lavoro. Se si voleva acquistare un terreno ci si rivolgeva ai "mediadoris", veri e propri consulenti agrari che percepivano una commissione per informare gli interessati sulla qualità di un determinato terreno. Un mestiere di cui non si hanno testimonianze orali è quella dell’argentiere, che pare fosse molto diffuso a cavallo tra il XVII e XIX secolo, principalmente per la realizzazione di oggetti d’arte sacra, di cui si conservano tutt’oggi numerosi pezzi, custoditi nel museo della curia Vescovile. La rivoluzione industriale è stata, senza dubbio, la causa dell’estinzione de "is carratoneris", commercianti corrispondenti agli attuali autotrasportatori che svolgevano la propria attività trasportando merci dalle città ai paesi, con una celerità non certo paragonabile a quella degi attuali corrieri express. Fin dall’inizio del XX secolo numerosi abitanti facevano i pendolari tra Ales e le miniere dell’Iglesiente dove svolgevano l’infausta professione di "minadorisi", con turni massacranti che consentivano di tornare al paese solo poche volte all'anno o in occasione delle festività principali. Lo stesso mestiere veniva svolto da numerosi, emigrati nel continente con la speranza di migliorare la propria condizione economica, memorabile rimane la foto apparsa sulla prima pagina di un quotidiano nazionale che mostra l’operaio alerese Sestu immortalato nel momento dell’abbattimento dell’ultimo diaframma del tunnel del monte Bianco. Sono ormai scomparsi "is carapignaius", corrispondenti agli attuali gelatai, specializzati nella produzione della granita al limone o "carapigna", l’ultimo rappresentante di questa categoria, il signor Antonino Cerquetti è purtroppo deceduto agli inizi dagli anni 90. Si conserva ancora la tradizione de "is turronaius", dei quali esiste un unico superstite: Fiorenzo Atzori, erede di Francesco "Ciccio" Atzori, che a differenza dei decani del settore, "Chelli Aidda" (Michele Deidda) e "Mondu Pramas" (Mondo Palmas), porta avanti, con onore, la nobile tradizione dei propri avi. Anche nella categoria de "is sabatteris" resta un unico superstite, il sig. Francesco Marongiu che dopo la morte di Ernestro Coni deve sobbarcarsi le esigenze dell’intera popolazione. Un mestiere che non ha avuto crisi, se non con l’avvento della BSE (Encefalopatia Spongiforme Bovina), è quello de "su Crannatzeri" o "Prongaxiu" corrispondente al macellaio attuale che svolgeva la propria attività in "sa ponga". Per onor di cronaca ricordiamo alcuni dei mestieri ancora presenti che presentano i nomi in dialetto più caratteristici: "su pattacariu" (il farmacista), "s’arratori" (il sacerdote), "su buggiü" (l’esattore delle tasse).

Di seguito vengono riportate le interviste a tre abitanti di Ales che per anni hanno svolto la propria attività in settori che hanno subito alterne fortune.

 

Intervista a "SU BRABIERI"

COGNOME E NOME : P. M.

LUOGO DI NASCITA : Ales

ETA’: 64 (1937)

SCOLARITA’: 5^ elementare

OCCUPAZIONE: Barbiere

Iniziò l’attività’ all età’ di 10-12 anni tramite suo padre il quale esercito’ questo mestiere per più’ di 10 anni, insegnandolo anche al figlio.

non potevano permettersi il lusso di avere dei dipendenti.

il padre non mi stipulo’ nessun contratto e non dava alcun compenso .

gli strumenti che utilizzava per esercitare il suo mestiere:

is ferrusu , sa macchinetta , sa rasoia e su pinzellu. lo shampoo non esisteva , i capelli si bagnavano solo con l’acqua, non esisteva il gel ma la brillantina che era un olio profumato.

per disinfettare non si adoperava il dopobarba ma una grossa pietra , che si bagnava e si passava sul viso , detta mendua arrocca ( allume di rocca ) .

gli strumenti venivano disinfettati con il lisoformio all’interno di un bicchiere , mentre adesso si usano gli sterilizzatori.

Il pagamento da parte dei clienti era in grano

Oggi la stragrande maggioranza delle persone si fanno la barba in casa , prima andavano una volta alla settimana il sabato o , la domenica mattina dal barbiere e una volta al mese si tagliavano i capelli.

Tutti i clienti pagavano un abbonamento annuale per uno starello di grano o detto anche moi de trigu.

Il pagamento avveniva in coincidenza de sa ragotta de su trigu o s’incungia e su trigu che corrisponde al 15 agosto.

Le mode esistenti in quel periodo:

molti tagliavano i capelli a zero, alcuni a spazzola detti all’Umberto , per imitare il taglio di re Umberto di Savoia , tirati all’insù detti anche a mascagna ; con la riga da una parte chiamata alla Guglielmo che si rifaceva al taglio tipico di Guglielmo Marconi.

 

 

"SA BUTTEGHERA"

Ha iniziato nel 1947 e ho lavorato per trent’anni, fino a 71 anni circa, poi l’attività è passata nelle mani di due miei figli.

Si apriva il negozio alle 5:00 del mattino quando i portavano il pane, e si continuava fino alla sera perché non si chiudeva neanche all’ora di pranzo.

Si vendevano generi alimentari e bombole.

Le merci le portava il marito, in quanto due volte alla settimana partiva con il suo carro trainato dal cavallo a Cagliari. Partiva il lunedì alle cinque del mattino e rientrava il mercoledì sera, mentre il venerdì mattina partiva ad Oristano e tornava il sabato sera per scaricare e caricare alcuni tipi di merce. Le merci che venivano trasportate dal marito non servivano solo per la loro bottega, ma anche per quella di ‘zia N. e per il sig. Z. che già ancor prima di lei esercitavano l’attività. Le merci venivano pagate con le cambiali , ma su guadangiu non fiada cussu de oi. Le merci inoltre erano sfuse, per esempio la pasta veniva messa nei cassetti, la gente ne acquistava 1 liba (400 gr);1/2 liba (200 gr) o tres’unzasa.

Sa cunserva’ si bendiada as’unzosa (ossia in grammi).

Svolgeva l’attività in casa, in una piccola stanza.

Sa genti no pagada con su inai poitta prima pagusu n’di tenianta…. Paganta con s’arrascottu, con su trigu, con is ousu, sa farra o con s’arrosu. Medasa compranta a depidu e canc’unu non d’adi mai pagau.

 

 

"SU CONCIADORI’"

Ad Ales vi era un solo ‘Conciadori’. Egli imparò quest’arte a Villaverde.

Quando una persona stava imparando qualche mestiere, non riceveva nessuna retribuzione.

Le concerie potevano sorgere solo dove c’era l’acqua.

Su Conciadori, candu s’agatada ancora, fu cuss’omi chi ti pagat sa peddi appena scroxada de su pegusu, e tidda torrat pulida e moddi, pronta a pottai. Chi tui di d’onasta una peddixedda de angioni, crabitu, cani, brebei, gattu, vera, conillu o atra bestia chi ti incantant su mantu, issu tidda conciada in biancu (ollu nai cun pìu a totu) una peddi conciada a posta po teni in amostu.

Tui da podiasta poi in terra sterria in sa saba asuta de sa banga, o in peis de lettu o in sa spalliera de su scannu.

Chi fudi peddi de crabiou, o de mascu, o de corrudedda bianca o de sriboni, di podiat lassai puru sa conca cun is peis, de genugu in basciu, ainci in mesu de sa saba fadiat galla, chi no ti fadiat una peddi de lettu, y adessi senza de sa conca e de is peis. Pesendi famiglia sa pedd’e lettu non mancat mai, issa si poniat asuba de su matallaffu e asutta de su lanzoru‘e sterri. Cun sa peddi conciada in biancu si fadiat sa besti niedda, sa besti bianca, su cropetu, s’indrolat sa bertula, si sterriat asub’e su scannu. Cun is peddis de conillu o angioneddeddu, si fadiat su capot’e a sa pipia, una manta de lettu e tanti atras cositeddas…

Si però ti srebiat una peddi i ananti, chi si fadiat cun sa peddi de brebei manna, mascu o vitelleddu pitiu; opuru ti srebiat coirami‘e crapitas, fronimentus posu carru o sa carrosa, issus si fadiant cun su croxiu de boi, su conciadori d’intada sa concia. Po primu cosa amoddiant beni beni sa peddi imes’e aqua, poi ncidda bogat totu su più o sa lana, poi ncidda intrada in sa vascheta de s’arruscu povinzas a da conciai. Prus grussa fudi sa peddi e prus tempus tocada a da lassai in sa vascheta. U’ota conciada, sa peddi de su bestiami pitiu, si pottada a traballai cumenti‘e peddi’ananti. De sa pedd’e boi ndi fadiant facheta e soba po capitas, fronimentus po su quaddu, lorus, frontabis, loriteddas, corrias de crapitas e medas atras cosas.

Su messaiu, medas bortas, si arrangiat a peddi crua, o peddi de suatu, cussa fut peddi senza de conciai nudda. De cussa peddi si tallanta lorus e frontalis, ma si affortiat tropu, si non fudi continuada o ollu‘e seu.

Veniva retribuito mediante derrate alimentari o con i soldi. Per esempio quando moriva un bue, naturalmente la pelle spettava alla padrona della bestia, questa allora veniva divisa in due così metà sarebbe appartenuta a Su Conciadori come compenso per il lavoro svolto.

Rimase in piena attività e la gente spesso veniva a chiedere il pellame e Su Conciadori a causa della grave crisi non richiedeva alcun compenso in denaro.

Dopo la guerra si ammalò, così non sopportando più l’odore degli acidi che si usavano nella conceria, continuò a lavorare per gli articoli grezzi che servivano per giuogare i buoi.