COMUNE DI ALES

IL COSTUME LOCALE

INDICE

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Foto 1: donne in costume alerese

 

Poesie

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RICOSTRUZIONE DEL COSTUME LOCALE DI ALES

(a cura di Pietro Corona e Antonio Feola)

 

Dai colloqui avuti con una ventina di persone di origine alerese (la maggioranza al di sopra dei 75 anni), è stato possibile ricostruire, con dovizia di particolari, buona parte del costume tipico di Ales, del quale si conserva una sufficiente testimonianza fotografica. In alcuni casi è stato possibile recuperare alcuni pezzi autentici del costume ed altri ricostruiti e custoditi gelosamente dai proprietari. Queste testimonianze hanno contribuito, in maniera determinante al recupero degli aspetti cromatici, risultati incompressibili nelle copie fotografiche. Si è dunque giunti a ricostruire, con buona approssimazione, l’abigliamento tipico della donna (Foto 1), dell'uomo (Foto 2 e 3), e del bambino, senza trascurare le differenze esistenti tra povero e ricco, e, le varianti presenti per i giorni festivi (feste religiose e civili) e quelli lavorativi.

Foto 2

Foto 3

 

L’abbigliamento maschile (Foto 2 e 3), ben diverso e meno elaborato di quello femminile, era costituito da un copricapo in panno nero, una camicia bianca, un corpetto (gilet) nero, con bottoni sul davanti, ed una giacca in velluto nero. I pantaloni (is crazzonis) bianchi, in panno o in lino, venivano coperti da una sorta di gonnellino nero detto su crazzoni de arroda.

Questo tipo di abbigliamento detto su complettu; veniva utilizzato sia d’estate che d’inverno; nelle stagioni invernali si indossava un cappotto di orbace con cappuccio.

A completare l’abbigliamento gli stivali a gambaletto.

 

 

Il vestito indossato dalla donna nelle giornate festive presentava un maggir numero di disegni con sfumature policromatiche: sopra la gonna, di colore nero, si sovrapponeva una sorte di grembiule su cui erano disegnati prevalentemente dei fiori; il busto era coperto da una camicia bianca o gialla, sopra la quale veniva indossata sa pappiscedda (Foto 4, 5, 6, 7, 8, 9 e 10)

 

 

Foto 4: Pabixedda rossa Foto 5: Pabixedda rossa  di spalle Foto 6: Pabixedda viola Foto 7: Pabixedda viola  di spalle

 

 

Foto 8: Pabixedda azzurra Foto 9: Pabixedda azzurra di spalle Foto 10: Pabixedda ricamata

Quest’ultima consisteva in un corpetto con grande quantità di ricami variopinti; sulle spalle si usava su muccadori (Foulard) su cui venivano rappresentati dei fiori arricchiti da svariati ricami (Foto 11, 12 e 13). 

Foto 11: Su muncadori mannu Foto 12: scialle rosso

 

Foto 13: scialle nero con ricami

 

Sul petto a coprire la scollatura lasciata dalla camicia c’era un pezzo di stoffa bianco (Foto 14), ricamato a mano e fissato con legacci.

 

Foto 14: copri scollatura

 Al collo s’indossava una collana nera, formata da anelli d’argento incastrati tra loro, chiamata callanazzusu1, molto spesso venduti per l’acquisto del pane a causa della povertà diffusa all’epoca. La testa veniva coperta da un fazzoletto abbastanza grande da meritare l’appellativo di muccadori mannu (Foto 11), che poteva essere nero o fiorito, il tessuto veniva chiamato de rasu (seta o di pizzo).

L’abito delle benestanti era dello stesso modello degli altri, ma ne differiva per la qualità dei tessuti, di norma più pregiati, costituiti da lana finissimo o completamente in seta.

Per realizzare la gonna, che aveva una forma "a fisarmonica" (Foto 15, 16 e 17) erano necessari più di 6 metri di stoffa.

 

Foto 15: gonna a fisarmonica azzurra e rossa

Foto 16: gonna a fisarmonica in tinta giallo blu

Foto 17: gonna a fisarmonica rossa fantasia

 

All’altezza della cintola la gonna aveva una sorta di gancio in argento, che aveva la funzione di stringere o allargare l’indumento all’altezza della vita. La gonna della donna povera veniva stretta alla vita con un normalissimo legaccio di tessuto.

Solitamente l’abito veniva confezionato in casa dalle stesse donne, che si servivano di stoffe comuni dette cardancausus.

Normalmente si caminava scalze, le uniche scarpe possedevute, chiamate "pollachine", venivano realizzate dai calzolai in cuoio, con allacciatura a bottone; la qualità non era sicuramente delle migliori, la durezza e la rigidità del cuoio le rendeva scomode e poco salutari.

L’abbigliamento delle donne anziane era quasi sempre di colore nero, che distingueva il segno di lutto.

 

Foto 18: donna in abbigliamento feriale 

 

Con i dati in possesso è stato azzardato il possibile aspetto delle tre donne rappresentate in figura 1:

 

 

 

 

Nota 1) - Ancora oggi in Sardegna si conserva l’uso "apotropaico" delle collane e degli amuleti. I materiali più utilizzati sono l’ossidiana o il giavazzo (ambra nera), presenti anche nella variante a pendente (pinnadellu) al quale si attribuisce una doppia simbologia: nella forma che riproduce il globo oculare: il primo scopo è quello di custodire gli scongiuri dell'adocchiato, il secondo di sorvegliare la sfera dell'eros esprimendo la smania degli sguardi di chi desidera il possesso di ciò che vede ma non gli appartiene. Negli inventari notarili del XV e XVI secolo il termine questi gioielli vengo indicati col termine "sabeggia" che indica i paternoster dei rosari di origine asturiana. la loro funzione religiosa li trasformava in validi strumenti per allontanare il maligno, pertanto il loro impiego assumeva una doppia veste, da un lato una funzione prettamente religiosa, dall'altro un ruolo magico - apotropaico. Le sfere di pietra nera si trasformano in oggetto da esibire nel XVI secolo, periodo in cui il rosario si trasforma in gioiello da mettere in mostra.