COMUNE DI ALES

LA GENEALOGIA, LA TOPONOMASTICA 

Le tradizioni popolari aleresi

INDICE


Introduzione

Archeologia

Paesaggio urbano

Storia e fantasia

Cicli agrari

Tradizioni religiose

Cucina

Riti scaramantici

Scheda d'identità

foto storiche

 

Castello di Barumele in foto dei primi del 1900

INDICE


Credenze

Calendario Sardo

Genealogie

Toponomastica

Contus 

Mestieri

Leggende

Modi di dire

Il costume locale

 

ARCHEOLOGIA E PAESAGGIO URBANO

(a cura di Simonetta Zedda e Maurizio Manias)

 

ARCHEOLOGIA

 

Informatori:

A. O. 83 anni - Ales

M. Z. 66 anni - Ales

A. M. 63 anni - Ales

V. T. 52 anni - Ales

F. M. 41 anni - Zeppara

 

Diario di lavoro:

Dopo una attenta analisi della bibliografia a disposizione, suddividendo le possibili testimonianze archeologiche in quattro fasi:

preistorica neolitica,

preistorica eneolitica,

preistorica nuragica,

storica romana,

storica medioevale,

abbiamo chiesto informazioni su località che presentavano:

  • grotte; ossidiana;

  • strutture megalitiche a menhir; allineamenti o circoli di pietre infisse sul terreno; cavità scavate sulla roccia (domus de janas);

  • strutture megalitiche a nuraghe;

  • rovine di costruzioni con abbondanza di ceramica in superficie

utilizzando le notizie che in diversi colloqui ci hanno fornito appassionati di archeologia e noti conoscitori delle campagne aleresi

Sono state scartate le notizie che non venivano confermate da almeno due degli informatori e solo in taluni casi ci siamo accertati delle medesime mediante sopralluoghi in sito.

 

Le testimonianze archeologiche del territorio comunale di Ales sono inquadrabili in un arco temporale molto vasto che partendo dallo sfruttamento dei ricchi giacimenti di ossidiana del Monte Arci (VI° millennio a.C.) conducono sino alle rovine del castello di Barumele in epoca giudicale.

Purtroppo non esiste una bibliografia esauriente sui monumenti archeologici nel territorio comunale di Ales, né tanto meno una ricerca scientifica archeologica che attesti le considerazioni che andremmo a fare, che scaturiscono comunque da un sopralluogo dei siti e sulla base delle indicazioni degli informatorie della consulenza di esperti archeologi.

 

a) Neolitico (VI° - III° millennio a.C.)

Di certo molti centri di lavorazione dell’ossidiana non sono caratterizzati da elementi ceramici, tanto da far pensare ad uno sfruttamento più antico della pietra, inquadrabile nel neolitico preceramico o mesolitico (VIII° - VI° millennio a.C.).

Ai centri di lavorazione individuati dal Pusceddu in uno studio del 1958, se ne aggiungono altri inediti che dimostrano una frequentazione del territorio alerese sin dal neolitico. Tra questi è necessario citare "Pitzu Teneru" dove in superficie sono stati ritrovati numerosi elementi di lavorazione in lame e in grattatoi. E’ facilmente desumibile che qualche gruppo di raccoglitori-cacciatori del neolitico abbiano trovato dimora tra gli anfratti rocciosi del cono vulcanico, non distante dai ricchi giacimenti di ossidiana di Perdas Urias in Pau (ossidiana di tipo SC).

I numerosi centri di lavorazione della pietra distribuiti in tutto il territorio (se ne contano 30) dimostrano un discreto (per il periodo di riferimento) stanziamento umano nel territorio di Ales e Zeppara, che di certo offriva buona acqua sorgiva, selvaggina e buona pietra da lavorare per la realizzazione di utensili e armi. Il territorio inoltre si prestava ai primi esperimenti in agricoltura e forniva ottimi pascoli per l’allevamento.

Il numero cospiquo di insediamenti, non solo nel territorio di Ales ma anche nei comuni limitrofi, farebbe presuporre ad un controllo attento del territorio e dei giacimenti di ossidiana.

Nell’ambito dei sopralluoghi effettuati nel centro di lavorazione in località "Padroriu", forse il più ricco di elementi litici lavorati in superficie, sono state rinvenute n°2 frecce in ossidiana di cui si allega documentazione fotografica. Da un’analisi preliminare degli utensili, si è ipotizzata una qualità di osssidiana di tipo SC, proveniente dai giacimenti di Perdas Urias in Pau. Dalla tecnica di lavorazione dell’utensile si è inoltre ipotizzata una datazione ascrivibile al passaggio tra neolitico medio e recente (IV° - III° millennio a.C.)

Il periodo neolitico e la presenza nel territorio di insediamenti umani antecedenti la civiltà nuragica trovano testimonianza in una zona di rilevante interesse naturalistico, in località "Pranu Piccinu" dove interessante è il ritrovamento da parte di un informatore, di un amuleto a pendaglio in pietra basaltica di cui si allega documentazione fotografica: <<…lo trovai ad una profondità di circa 80 cm dal piano di campagna, durante l’estirpamento di alcune viti e la forma particolare mi incuriosì che lo conservai…>>

Lo stesso informatore accenna alla presenza nella zona di muri a secco costituiti da grossi blocchi di basalto in vicinanza di ripari in grotta e abbondanti scaglie di ossidiana.

La zona si presta in maniera eccezionale ad un insediamento abitativo, appurata la presenza di numerosi ripari sotto roccia, la favorevole esposizione ad est, la presenza,sotto la falesia di Conca Mraxi, di fertili terreni e acque sorgive.

A completamento di questa indagine sul periodo prenuragico elenchiamo le zone interessate da centri di lavorazione dell’ossidiana, che per semplicità verranno suddivise in quattro zone:

 

A)

inquadramento: Nord-Ovest rispetto al centro abitato;

altimetria: variabile tra i 600 e i 280 metri s.l.m.

toponimi: Santa Maria; Conca Mraxi; Pranu Piccinu; Bruncu su Copiu; Mitza Cadresa; Su Stampadroxiu; Punta Pizzighinu; Pranu Espis; Foraidi; Pitzu Teneru; Corongiu su Porcu; Roia Canabi; Corongiu Crai.

 

B)

inquadramento: Nord rispetto al centro abitato;

altimetria: variabile tra i 370 e i 270 metri s.l.m.

toponimi: Gergui; Riu Craddaxiu; Sa Canadedda; Cuccuru Monte Zeppara; Is Fogaias;

 

C)

inquadramento: Est rispetto al centro abitato;

altimetria: variabile tra i 280 e i 170 metri s.l.m.

toponimi: Cuccuru Setzu; Krakkera; Pralaxia; abitato di Zeppara; Ladasiobas; Genna Angius; Pranuracci;

 

D)

inquadramento: Sud; Sud - Ovest rispetto al centro abitato;

altimetria: variabile tra i 280 e i 150 metri s.l.m.

toponimi: Cuccuru Pranu Doriu (2); Riu Funtana Murta; Castello di Barumeli(2); Mandonis; Corru de Bois; Otzibi; Perda Fitta; Santu Ciricu;

 

 

L’analisi sistematica del territorio effettuata in compagnia degli informatori e di qualche ricercatore dell’Università degli studi di Cagliari ha condotto alla scoperta di nuovi 13 insediamenti a dimostrazione di un utilizzo capillare del territorio in periodo neolitico.

 

a) Eneolitico (2800 - 1800 a.C.)

Non esistono note bibliografiche che testimonino di monumenti del periodo eneolitico nel territorio comunale di Ales; ma dai colloqui avuti con gli informatori è stato possibile individuare almeno una zona interessata da strutture megalitiche ascrivibili ad un periodo compreso tra il III° e il II° millennio a.C.: Sa Pedra Fitta (a Sud dell’abitato di Ales).

Informatore:<<… quando avevo 15 anni ricordo che vi erano due grossi massi infissi nel terreno, ma diversi da quello di Prabanta (località a confine col comunale di Morgongiori e Curcuris), che ha una forma più sottile…>>

Da un sopralluogo sul terreno, caratterizzato da affioramenti rocciosi, siamo riusciti ad individuare solo uno dei due menhir in precarie condizioni e non nella sua posizione originale.

 

c) Nuragico e fenicio-punico (1800 – 238 a.C.)

STRUTTURE CIVILI E MILITARI

Le informazioni raccolte circa i monumenti nuragici presenti nel territorio di Ales non si discostano dalle note bibliografiche esistenti che trattano di n°3 nuraghi monotorri in località Pranu Espis, Sa Foresta e Bruncu Perda Calloni e di n°2 nuraghi complessi nelle regioni Gergui e Otzibi.

Una particolare nota merita il complesso nuragico di Pranu Doriu costituito da nuraghe a corridoio a pianta ellitica con tre piccole celle ovali, di cui si allega documentazione fotografica, che rappresenta un singolare schema costruttivo, tanto da far pensare ad un edificio di tipo rituale; l’assenza di un villaggio nei paraggi avalorerebbe la suddetta tesi.

Inedito risulta il nuraghe in località Mandonis, a confine coi territori comunali di Curcuris e Morgongiori, di cui allego stralcio del della relazione specialistica redatta dal Dott. Carlo Lugliè (archeologo specialista in preistoria e protostoria) del Dipartimento di Scienze archeologiche e Storico Artistiche dell’Università di Cagliari.

<<… la sommità detta Monte Mandoni, attesta ugualmente, alla quota di circa 300 metri, tracce di un insediamento attribuibile al tardo neolitico sulla base della tipologia dei manufatti litici;…Sull’area si è avuta successivamente una frequentazione almeno a partire dalle fasi del bronzo recente, con la costruzione del Nuraghe Mandonis, pressochè interamente distrutto e fino ad oggi inedito. La struttura principale della tholos, di cui residua parte visibile dei due filari di base, si imposta a strapiombo sul coronamento di un affioramento tabulare di calcari marnosi con un diametro esterno di m. 10,70. Una cortina muraria, malamente leggibile, incorpora parte della roccia naturale a creare verso Est, Sud-Est un corpo aggiunto, forse un cortile con una seconda torre affrontata. Sempre nella medesima direzione, ad una quota leggermente inferiore, un ampio spazio terrazzato sembra rivelare tracce di numerose strutture, forse pertinenti ad un villaggio;…alla base sono costituiti da filari di blocchi di grandi dimensioni, al punto da far pensare alla presenza di un probabile antemurale.>>

STRUTTURE FUNERARIE

<<…Vi è un terreno, in località Pranu Frissa, poco più in alto della località Pralaxia, in cui vi è un doppio filare di grosse lastre infisse nel terreno per una lunghezza di circa 8 metri…>>.

La descrizione è quella di una tomba di gigante della medesima tipologia di quelle ubicate in località "Is Lapideddas" in agro di Figu.

L’analisi in sito ha individuato la struttura completamente devastata dal passaggio di mezzi agricoli; presente nelle vicinanze della tomba schegge di ossidiana e impasto di ceramica punica e romana, a testimonianza di una frequentazione duratura del sito.

STRUTTURE RITUALI

Si riportano di seguito alcune circostanze raccontate dagli informatori relative alla scoperta di una fonte sacra ascrivile al periodo nuragico (I° millennio a.C.) in agro di Zeppara nelle vicinza della regione Pralaxia.

<<…la ricorrenza di un lutto famigliare mi allontanò da casa e mi recai nel terreno di mia proprietà; in prossimità di un canale naturale vi era un punto in cui fuorisciva dell’acqua dovuta alla prsenza di una sorgente nota, che intendevo pulire. Mi apprestavo a dare i primi colpi di piccone quando mi accorsi che tutto il terreno attorno era ricoperto da pezzetti di anfore e vasi, e, il punto da dove fuorisciva l’acqua, era racchiuso da una struttura in blocchi di pietra squadrati, disposti a circolo. Pulendo con cautela la fonte raccolsi una quantità enorme di ceramica e numerosi piattini, lucerne e anfore erano ancora integre. Così avvisai la Soprintendenza ai Beni Archeologici,il cui funzionario catalogò i pezzi e mi disse che la struttura muraria era del periodo nuragico, ma che la fonte venne utilizzata successivamente dai punici e dai romani, come dimostravano le ceramiche che ancora possiedo in casa…>>

Questa inedita scoperta è documentata dalle fotografie allegate, forniteci gentilmente dall’informatore.

E’ noto che, nella stragrande maggioranza dei casi, gli edifici nuragici sia civili che religiosi e/o funerari vennerro riutilizzati dai cartaginesi che, attraverso la vallata del Rio Mogoro raggiunsero la Marmilla e vi si insediarono.

La colonizzazione punico-cartaginese avenne, presumibilmente sul finire del V° secolo a.C. e il più vasto insediamento in Ales è individuabile nell’altipiano di "Padroriu" del IV° - III° secolo a.C.(già occupato in età neolitica e nuragica), a giudicare dalle ceramiche commerciali ritrovate.

 

c) Dominazione romana (238 a.C.)

Le testimonianze della dominazione romana nel territorio comunale di Ales sono legate in maniera indissolubile alla vicina colonia romana Uselis, costruita a monte dell’attuale Usellus in prossimità del colle di Santa Reparata e fondata presumibilmente intorno al II° sec. a.C.

L’utilizzo dell’abitato cartaginese di "Padroriu", da parte dei romani, è testimoniato oltrechè dalla ceramica ritrovata anche da una tomba scavata su un banco calcareo.

Nel 62 d.C. venne edificata in località "Genna Angius", a confine col territorio comunale di Curcuris, un ampio edificio a pianta rettangolare, costruito in blocchi squadrati in calcare, connessi da incavi a coda di rondine, destinati ad accogliere le grappe di piombo.

Da un sopralluogo effettuato sono riconoscibili le basi dei pilastri del portico frontale e la quantità enorme di tegole e coppi tanto da immaginare una copertura consimile.

Le note bibliografiche (Rolawnds) considerano l’edificio di natura pubblica, forse di carattere religioso.

E’ pertinente all’edificio una targa commemorativa relativa alla costruzione.

In generale non sono eccezionali le testimonianze della dominazione romana nel territorio e si limitano ad elementi ceramici sparsi nelle varie regioni che qui ci limiteremo ad elencare:

  • Su Ponti de Ibaus: necropoli legata probabilmente all’abitato nella limitrofa zona di Mori Fa (abitato di circa un ettaro di estensione) di cui potrebbe far parte pure la regione di "Foraidi" poco distante.

  • Otzibi: dell’età romana sono interessantissimi:

triclinio in bronzo

n°2 monete di Volusiano

n° 1 fiala di vetro

n°3 lucerne.

  • Santu Ciricu: numerosi frammenti di lampade funerarie, anfore databili II° - III° sec. d.C.

  • Sa Foresta: piccolo vicus romano che attesta a detta di un informatore di un pugnale di bronzo e numerosi altri reperti andati dispersi ma in parte documentabili;

  • Krakkera: necropoli romana (circa 10 tombe);

  • Ladasiobas: lucerne funerarie, anfore, piatti in grossa quantità in prossimità di fonte nuragica;

  • Pralaxia: piccolo vicus con tomba e probabile pozzo romano.

 

d) I Bizantini (534 d.C.)

E’ necessario ricondursi al dominio bizantino in Sardegna e alle innovazioni amministrative e burocratiche che ne susseguirono per spiegare le origini del Castello di Barumele.

La politica bizantina in Sardegna ebbe infatti come obbiettivo unico quello di limitare l’espansionismo violento dei Barbaricini e comunque di tutte quelle popolazioni indigine che non riconoscevano il potere di Bisanzio.

In quest’ottica nacquero in tutto il territorio regionale delle fortificazioni che potevano avere, a seconda dei casi, caratteristiche urbane e non e che comunque detrminarono una linea di confine "fortezzata" tra barbaricini e bizantini.

Il primo studioso che si occupò in maniera scientifica del castello di Barumele è Michel Poisson che individuò due fasi costruttive: una prima fase, bizantina, costituita dalla cinta muraria primitiva riconoscibile lungo il ciglio del colle di Barumele; una seconda fase, giudicale - aragonese, documentata dalla torre decagonale e da una possibile seconda cinta muraria più vasta della precedente.

In realtà le fasi di costruzione del castello di Barumele, da preliminari indagini stratigrafiche sono cinque.

La prima fase individuata da Poisson è sicuramente riconducibile a due fasi distinte, la prima delle quali è ascrivibile a metà del VI° secolo e la tecnica costruttiva ricorda più le costruzioni megalitiche nuragiche piuttosto che l’architettura bizantina; la seconda comporta una modifica della direttrice del l’opera muraria e venne realizzata presumibilmente agli inzi del VII° secolo.

L’ingresso principale è tuttora riscontrabile sul lato SO della colllina e la cinta risulta avere un perimetro di circa 150 mq., con una superficie racchiusa di circa 1500 mq.

Anche la seconda cinta muraria risulta, per tecniche costruttiva, risalire all’epoca bizantina, in quanto molto meno rifinita rispetto all’architettura alto medioevale e giudicale.

Il ritrovamento di ceramica bizantina, sul lato meridionale della collina, documenta l’esistenza del borgo, adiacente alla fortezza, almeno dal VI° secolo e vista la distribuzione del materiale ritrovato se ne ipotizza una vasta estensione.

Seppure le note bibliografiche degli storici individuino nella regione di Barumele un villaggio, un castello e una chiesa, rimangono superficialmente solo le vestigia del castello con le sue due torri e le cinte murarie.

 

e) Il Regno di Arborea e di Aragona (800 d.C.)

Il castello di Barumele, con la fine della dominazione bizantina passò al Regno di Arborea, la cui azione sulla fortezza è documentata dalla torre semicircolare che si innesta sulla cortina muraria bizantina e dalla torre decagonale, unica planimetricamente in tutto il territorio regionale.

La prima torre venne costruita intorno al XII° secolo, mentre la seconda poligonale, ad opera probabilmente del Giudice Mariano II° nella seconda metà del XIII° secolo.

In seguito alla distruzione del paese di Usellus da parte dei barbaricini, il castello di Barumele assunse un valore startegico ancora maggiore, che giustifica gli interventi edilizi sopra riportati.

Di certo ancora nel 1355 il Castello di Barumele rappresentava un baluardo difensivo molto importante, tanto che venne inserito nel trattato di pace tra Eleonora d’Arborea e Re Giovanni di Aragona nel 1388.

Di certo il castello di Barumele venne abitato sino al 1504, da Donna Violante Carroz, che lo ebbe in regalo dal Re Ferdinando di Aragona.

 

CONCLUSIONI

L’analisi del territorio di Ales, attraverso visite dei siti e i numerosi colloqui avuti con gli informatori, hanno determinato la scoperta di numerose testimonianze archeologiche, distribuite in tutto il territorio circostante l’attuale tessuto urbano.

Ciò che ha colpito è l’esistenza di numerosi siti "di lunga durata" e cioè particolari regioni che hanno avuti frequentazioni in diversi periodi e da popolazioni con differente cultura, quasi a testimoniare particolari qualità intrinseche del sito.

Purtroppo la mancanza assoluta di un’indagine archeologica strutturata sul territorio non consente di affermare o meno la continuità di insediamento, per archi temporali che coprono anche 5000 anni, e inoltre, non consente l’approfondimento di determinati aspetti relativi alle testimonianze archeologiche evidenti.

D’altra parte è facile affermare che se gli insediamenti preistorici nel territorio di Ales, sono dovuti essenzialmente alla presenza nel territorio di Pau, del giacimento di ossidiana di Perdas Urias; la romanizzazione è legata indissolubilmente alla presenza alla costruzione nel 62 d.C. della città romana di Uselis e delle vie di comunicazione che da Neapolis e da Turris Libisonis conducevano appunto alla colonia imperiale.

E’ accertato che, per almeno 5000–6000 anni, lo sviluppo della comunità alerese è legata indissolubilmente al territorio e, la sua crescita, dipendeva dalla crescita delle comunità limitrofe.

In periodo bizantino, tra il VI° e il X° secolo, il territorio di Ales assume un ruolo centrale nella regione, per la costruzione del Castello di Barumele e lo mantiene inalterato sino al 1182, quando diventa sede di diocesi.

Da questo momento la storia della comunità si fonda con quella della Diocesi e della gerarchia clericale e rimane tale (forse pure per mancanza di notizie certe) sino al 1900, quando una schiera di amministratori, succedutisi sino ad oggi, ha contribuito alla crescita sociale e culturale del paese.

Dalle ricerche effettuate ci è sembrato opportuno individuare delle priorità di intervento, in regioni che potessero testimoniare la presenza di più culture per la creazione nel territorio di un parco archeologico e di n°2 sub–parchi culturali di interesse storico e archeologico per potenziare un comparto, quello turistico, che tendenzialmente risulta in forte sviluppo:

  • ALES: PARCO ARCHEOLOGICO (V° millennio a.C. - XVI° secolo d.C.): Barumele e Padroriu

  • ALES: PREISTORIA e ROMANIZZAZIONE: Pranu Piccinu – Pranu Espis – Foraidi – Mori Fà

  • ZEPPARA: PREISTORIA e ROMANIZZAZIONE: Genna Angius